Inquinamento atmosferico: in Italia sono 18 gli stabilimenti fuorilegge
Emissioni in atmosfera

Inquinamento atmosferico: in Italia sono 18 gli stabilimenti fuorilegge

Inquinamento atmosferico: in Italia sono 18 gli stabilimenti fuorilegge

Il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti, illustra il dossier "Mal'aria 2012": numerose le aziende che non hanno ottenuto l'Aia

Gela, Porto Torres, Vado Ligure, Mirafiori e La Spezia. Ma anche Piombino, Priolo e Verbania. Sono in tutto 18 gli stabilimenti industriali in Italia, alcuni molto grandi e di un certo peso, come raffinerie, acciaierie e centrali termoelettriche, a essere “fuorilegge” e dannose per la salute umana e quella ambientale per la quantità di inquinanti emessi. È quanto emerge dal dossier “Mal’aria industriale 2012” di Legambiente, che passa in rassegna da Nord a Sud tutte le installazioni industriali che ancora non hanno ottenuto l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale.

Si tratta di un documento rilasciato dalla Commissione istruttoria Aia – Ippc, che ha come obiettivo la riduzione, il controllo e il monitoraggio degli elementi inquinanti presenti nei siti industriali distribuiti sul territorio nazionale. L’autorizzazione è obbligatoria per tutte le aziende che rientrano nella direttiva Ippc (Integrated pollution prevention and control) affinchè possano continuare la propria attività senza incorrere in sanzioni penali e amministrative. L’Italia ha recepito la direttiva con una legge del 2005 e avrebbe dovuto rilasciare il documento entro il 2007, ma si è ancora in forte ritardo.

Tanto se ne sta parlando negli ultimi giorni a proposito dell’ Ilva di Taranto, ma questo non è il solo stabilimento a non essere adeguato al diktat comunitario. Al 22 ottobre di quest’anno, ancora 160 provvedimenti Aia nazionali giacevano in fase istruttoria alla Commissione del ministero dell’Ambiente abilitata al rilascio. Tra le pratiche ancora da chiudere, quelle dei 18 stabilimenti che, non essendo in possesso dell’autorizzazione europea, non rispettano gli standard di esercizio ed emissioni stabiliti dalla normativa.

Tra gli impianti sotto accusa, ci sono dieci industrie chimiche, una raffineria, sei centrali termiche ed una acciaieria, senza contare il sito di Taranto. “Il dossier fa un riepilogo – ha dichiarato ad Ambiente Magazine Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – sulla situazione dell’inquinamento atmosferico prodotto in Italia e sul contributo dato a questo dall’industria. Quella di Taranto è di sicuro la situazione più critica, come risulta anche dalle classifiche dei singoli inquinanti prodotti nei vari stabilimenti. Ma non è il solo. Purtroppo in altri 18 siti si è fortemente in ritardo nell’applicazione della direttiva europea e rispetto soprattutto al rilascio dell’Aia”.

L’Ilva di Taranto risulta infatti al primo posto nelle classiche di produzione di inquinanti, come l’ossido di azoto, il monossido di carbonio, diossine e furani. Segue immediatamente dopo la raffineria di Gela, in Sicilia, che secondo i dati del Ministero dell’Ambiente risalenti al 2010 risulta essere l’impianto primo in Italia per emissione di ossido di zolfo, benzene e mercurio.

“La direttiva europea – ha concluso Zampetti – non stabilisce solo limiti da rispettare, ma suggerisce l’adozione delle migliori tecnologie possibili da applicare nella produzione per poter migliorare l’efficienza energetica delle aziende, oltre che diminuire il loro impatto sull’ambiente e sulla salute di cittadini e lavoratori. Bisogna intervenire per tempo. Un capitolo a parte merita poi la questione delle bonifiche: questo è un problema più ampio, che non riguarda solamente i 18 siti italiani sprovvisti di Aia, in quanto sappiamo dai dati ministeriali che sono 57 i siti nazionali che necessitano di un intervento in tal senso. Bisogna recuperare gli spazi, anche degli stabilimenti dismessi, per creare nuove industrie a tutto vantaggio del territorio e del mercato occupazionale. Per fare ciò sono necessarie risorse economiche, tecnologie all’avanguardia  e bonifiche di suolo e acque”.