Acque reflue: in un manuale dell'Ispra i consigli su come riutilizzarle
Acque reflue

Acque reflue: in un manuale dell'Ispra i consigli su come riutilizzarle

Acque reflue: in un manuale dell'Ispra i consigli su come riutilizzarle

Ce ne parla la dottoressa Silvana Salvati: i controlli di funzionalitą permettono di capire se un impianto di depurazione č idoneo o meno al riuso dei reflui

Riutilizzare le acque reflue, più comunemente note come acque di scarico, e cioè quelle la cui qualità è stata pregiudicata dall’azione antropica dopo essere state impiegate in attività domestiche, agricole ed industriali, può essere uno degli strumenti con cui attuare una razionale e sostenibile gestione della risorsa idrica. Partendo dalla normativa nazionale e comunitaria in materia, sono convinti di ciò anche i tecnici dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che hanno elaborato un manuale dal titolo “Modello di indagine per la valutazione della fattibilità del riuso delle acque reflue depurate” in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria civile, architettura, territorio e ambiente dell’Università di Brescia.

La metodologia elaborata dal gruppo di lavoro, e basata su indicatori e indici numerici, è stata sviluppata ed applicata su dieci casi di studio, che ne hanno messo in luce le potenzialità e le criticità. In particolare, l’accento è posto sulla possibilità di riutilizzare le acque reflue urbane, convogliate in reti fognarie. Queste, si legge nel manuale, possono essere recuperate sia nel comparto civile, per applicazioni di tipo urbano, che per attività di tipo agricolo ed industriale, fermo restando che è proprio l’agricoltura il settore in cui più frequentemente si fa ricorso al riutilizzo delle acque reflue perché più soggetto agli effetti della carenza idrica.

Negli ultimi anni è diventato più difficile smaltire questo tipo di acque per la presenza al loro interno di un numero sempre maggiore di composti chimici di origine sintetica, impiegati soprattutto a livello industriale. Ma i mari, i fiumi e i laghi non sono in grado di ricevere una quantità di sostanze inquinanti superiore alla propria capacità autodepurativa senza che ne sia compromessa la qualità delle proprie acque e l’ecosistema circostanze.

“Il modello che abbiamo sviluppato vuole sottolineare quanto sia importante effettuare controlli di funzionalità sugli impianti di depurazione per capire se questi sono idonei o meno ad un eventuale utilizzo delle acque reflue”, spiega ad Ambiente Magazine Silvana Salvati del Dipartimento Tutela delle acque interne e marine dell’Ispra. “Le verifiche - continua la dottoressa -  consistono in una analisi della capacità di funzionalità degli impianti stessi, dell’efficienza del trattamento e della affidabilità. A ciò segue il monitoraggio e l’esame dei dati operativi”.

Il manuale elaborato dall’Istituto si rivolge soprattutto ai gestori, non dimenticando che le norme volte a favorire il riutilizzo delle acque reflue urbane, e in particolare il decreto numero 185 del 2001, sono di competenza delle regioni. Lo stesso testo individua tre aree cui possono essere destinate le acque dopo essere state depurate, e cioè l’uso industriale, civile e irriguo.

“Abbiamo voluto dare una indicazione che ci dà una sorta di voto finale sulla base del quale si può considerare un impianto idoneo o meno per il riutilizzo delle acque reflue”, conclude Salvati, che sottolinea: “In un discorso più globale, questa pratica rappresenta una delle tappe principali nel percorso che conduce dal ciclo aperto a quello chiuso dell’acqua. D’altronde anche a livello comunitario c’è una direttiva del 1991 che auspica il riutilizzo dei reflui. Per questo abbiamo ritenuto importante focalizzare la nostra attenzione su questa attività, determinando una serie di indici che potessero aiutare gli enti interessati ad intervenire più concretamente nell’opera di depurazione delle acque”.

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