Bonifiche dei terreni: dall'Europa un approccio sostenibile
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Bonifiche dei terreni: dall'Europa un approccio sostenibile

Bonifiche dei terreni: dall'Europa un approccio sostenibile

Marco Pietrangeli Papini, professore associato di chimica dell'UniversitÓ La Sapienza di Roma, spiega i vantaggi del sistema complementare ModelProbe

La bonifica dei siti contaminati, detti anche tecnicamente brownfields, cioè aree già sede di agglomerati industriali inglobati nel tessuto urbano delle grandi città, è una delle più gravi emergenze ambientali del nuovo millennio. È un problema globale, non solo dell’Italia, che dopo i tragici eventi di Taranto ha cominciato a  pensare seriamente ad interventi di recupero dell’Ilva pugliese e degli altri 57 Siti di interesse nazionale distribuiti sul territorio della penisola. In Europa, infatti, le zone inquinate sono circa 150mila, per un totale di 100 milioni di ettari e quasi un miliardo di metri cubi di terreni e rifiuti.

Da anni gruppi di studiosi a livello comunitario lavorano per trovare metodi più efficienti di quelli tradizionali per l’analisi del terreno e delle acque, propedeutici all’avviamento e al monitoraggio degli interventi di bonifica. Tra questi, ha destato particolare attenzione negli ultimi tempi il cosiddetto “ModelProbe”, un progetto a cui hanno partecipato circa 20 partner per mettere a punto un sistema di verifica delle contaminazioni meno invasivo ma anche più sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico. Testato su alcuni siti presenti in Europa, nel nostro paese è stato sperimentato a Trecate, l’area in provincia di Novara interessato nel 1994 dallo sversamento di 15mila metri cubi di idrocarburi.

“Si tratta di una strategia elaborata a livello europeo sulla caratterizzazione di siti per l’elaborazione di un approccio sostenibile a garantire un buon livello di informazione per sostenere successivi interventi di bonifica”, spiega ad Ambiente Magazine Marco Pietrangeli Papini, professore associato presso il Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma, oltre che membro della segreteria tecnica del ministero dell’Ambiente che si occupa della valutazione di progetti di bonifica per i Siti di interesse nazionale.

Secondo il docente, “si tratta di proposte innovative che vogliono sostituire la tradizionale metodica da applicare seguendo una ricetta prestabilita, attraverso l’unione di tecnologie differenti. Nelle analisi che precedono le bonifiche, gli operatori sono guidati dalla normativa vigente, indipendentemente da un approccio guidato e ragionato. Ma l’attuale metodo, basato soprattutto sui carotaggi, risulta carente, oltre che costoso. Il sistema “ModelProbe” nasce con l’ottica di integrare le informazioni che derivano da metodologie diverse in modo da creare strategie di caratterizzazione dinamiche e approcci che consentano di modificare in corso d’opera le analisi, che così non vengono decise a tavolino, come succede con l’attuale normativa vigente”.

La parola d’ordine del sistema europeo di analisi per le bonifiche sembra dunque essere complementarietà. “Si utilizzano tutti metodi meno invasivi dei tradizionali – conclude Pietrangeli Papini – attraverso anche l’uso di sonde più piccole e che creano meno rifiuti, per delimitare la zona caratterizzata da contaminazione. Si eseguono poi analisi sul suolo e sulle acque che possono dare informazioni sulle popolazioni microbiche che abitano i siti in questione, e che forniscono la storia della contaminazione attraverso quella dei microrganismi che si sviluppano in determinati inquinanti. Molto importante è anche il ricorso alla geofisica. L’idea è proprio quella di mettere insieme tutte queste informazioni che possano via via guidare la fase successiva della caratterizzazione, permettendo di fare scelte più idonee, cosa che con la tradizionale analisi chimica dei terreni e delle falde acquifere non si riuscirebbe ad avere”.

 

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