Industrie: in Italia 1.100 impianti sono pericolosi e la prevenzione insufficiente
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Industrie: in Italia 1.100 impianti sono pericolosi e la prevenzione insufficiente

Industrie: in Italia 1.100 impianti sono pericolosi e la prevenzione insufficiente

In un dossier di Legambiente "l'Ecosistema rischio" di queste attivitā. Bisogna aumentare l'informazione sui pericoli di ambiente e cittadini in queste aree

In Italia ci sono 1.100 impianti industriali che trattano sostanze pericolose e che possono causare incidenti rilevanti per la salute dei cittadini e dell’ambiente circostante. Ma l’informazione della popolazione sui rischi cui è esposta è ancora insufficiente. È quanto emerge dal dossier “Ecosistema rischio industrie”, presentata da Legambiente in collaborazione con il Dipartimento della protezione civile nell’ambito della campagna di monitoraggio e prevenzione per la mitigazione degli effetti dannosi, naturali ed antropici, dell’attività industriale.

Si tratta di impianti chimici, petrolchimici, raffinerie, depositi di esplosivi e di gpl che, in caso di malfunzionamento o incidente, possono provocare incendi, contaminazione del suolo e delle acque e nubi tossiche, e che vengono recensiti dal Ministero dell’Ambiente ogni sei mesi in un inventario nazionale. Tutti i siti considerati, che interessano ben 739 comuni distribuiti su tutta la Penisola, sono oggetto di una severa disciplina normativa, che però non tutte le amministrazioni hanno dimostrato di aver applicato, recependo tutte le informazioni sugli impianti presenti, sui processi di lavorazione e le sostanze utilizzate, oltre che sui potenziali rischi per i cittadini e l’ambiente. Proprio le risposte degli enti locali interessati su questi temi, inviate all’associazione del Cigno verde, costituiscono l’anima del presente rapporto.

La legge che regola le politiche di prevenzione dei grandi pericoli industriali è la cosiddetta “Direttiva Seveso”, una norma comunitaria (82/501/CEE) del 1982 che impone agli Stati membri di identificare i propri siti a rischio e di procedere ad una serie di operazioni come il censimento degli stabilimenti più tossici, l’elaborazione di un piano di salvaguardia e emergenza , l’informazione degli abitanti delle zone limitrofe e il monitoraggio dei livelli di urbanizzazione nei territori considerati. Evolutasi nel corso del tempo, è stata recepita anche in Italia, dove la supervisione sui questi siti è affidato alle agenzie regionali per la protezione ambientale.

Nell’ultima redazione della direttiva (la cosiddetta “Seveso III” del 2003), tra le novità più importanti vi è il coinvolgimento attivo di tutti i soggetti interessati, sia nella fase di progettazione del piano di prevenzione che nelle successive di aggiornamento e attuazione.  Attraverso il questionario inviato da Legambiente a tutti i comuni in cui sono presenti gli impianti riportati nell’inventario del ministero di via Cristoforo Colombo, 210 amministrazioni, il 29% del totale, si sono misurate con il proprio livello di realizzazione di esercitazioni, con il recepimento delle informazioni contenute nei Piani d’emergenza esterni redatti dalle prefetture competenti, con la pianificazione urbanistica che tenga conto del rischio esistente.

Pertanto, il 94% degli enti intervistati ha dichiarato di aver letto la scheda informativa redatta dal gestore dell’impianto, così come previsto dalla legge, necessaria per valutare i possibili scenari e realizzare le opportune campagne informative e la corretta pianificazione del territorio. Sono 181 su 210 i comuni che hanno individuato le aree a rischio e in 104 in queste stesse zone sono state individuate strutture vulnerabili e sensibili, come scuole, centri commerciali e luoghi di culto. Le regioni con un numero più alto di stabilimenti sono quelle settentrionali, seguite dalla Campania con 68 e il Lazio con 69. Sono solo 148 però quelli che hanno realizzato campagne informative sul rischio industriale e sulla presenza di insediamenti suscettibili di causare incidenti rilevanti.