L'analisi dei metalli tossici: l'Icp
Bonifiche

L’analisi dei metalli tossici: l’Icp

L'analisi dei metalli tossici: l'Icp

Su rifiuti, terreni, acque potabili e di scarico è importante determinare la presenza e la quantità delle specie metalliche. Ecco come avviene l'analisi

In sede di progettazione e realizzazione di bonifiche e interventi di riqualificazione, l’esame di terreni, rifiuti e acque può mettere in evidenza elementi pericolosi presenti nei campioni. Stessa cosa può accadere sottoponendo a controllo l’acqua potabile o il refluo di un impianto. Spesso, a risultare potenzialmente pericolosi sono i metalli, che per questo vanno tenuti sotto controllo. Per fare ciò, il materiale raccolto viene sottoposto a una particolare verifica, attraverso un apposito strumento: l’Icp (Inductively coupled plasma).

“L’analisi dei metalli è importante per verificare e monitorare un determinato sito, che può essere una falda acquifera, piuttosto che una discarica, quindi un terreno – spiega ad Ambiente Magazine la dottoressa, specializzata nell’utilizzo dell’Icp, Laura Oliva della società di analisi e consulenza Esia di Napoli -. Ci possono infatti essere alcuni metalli che sono metalli tossici per l’ambiente e per la salute umana; in particolare quelli pesanti come il nichel, il cadmio, il cromo, il piombo”.

“Con l’Icp – continua la dottoressa - noi riusciamo a rilevare anche in concentrazioni piccolissime la presenza o meno e la quantità di questi metalli, che deve essere nei limiti stabiliti dalla legge. È uno strumento che permette la determinazione delle specie metalliche sia in matrici complesse, come terreni e rifiuti, che in matrici semplici, come acque potabili e  acque di scarico”.

Per procedere all’analisi, possono essere necessari tre cambiamenti di stato: da solido a liquido a gas. Nel caso di campioni solidi, infatti, questi vengono “resi soluzione attraverso un’acidificazione a caldo - spiega la dott.ssa Oliva -. Una volta reso liquido, l’oggetto dell’analisi viene introdotto nell’auto-campionatore, che, attraverso una pompa peristaltica (cioè che non permette l’ingresso dell’aria, ndr) lo trasporta in una camera di nebulizzazione”.

“In questa camera – prosegue la dott.ssa – il campione viene reso vapore attraverso ago di nebulizzazione e, accompagnato da un gas di trasporto (di solito argon),  viene trasportato su una torcia dove c’è il plasma. Il plasma a sua volta viene acceso attraverso l’accoppiamento induttivo: c’è una sorgente elettromagnetica, composta da una bobina tesla, che, attraverso una scintilla provoca, l’accensione del plasma”.

“Nel plasma - continua Oliva - gli elementi sono resi atomi allo stato eccitato, che interagiscono con il campo elettromagnetico prodotto dalla sorgente e determinano un fascio di luce. Il fascio a sua volta arriva a un rivelatore del campione che si trova all’interno dello strumento. Si tratta di un gruppo ottico che distingue le lunghezza d’onda del fascio di luce. Queste lunghezze sono restituite dallo strumento nell’interfaccia del computer come uno spettro, che ci dice le quantità dei diversi metalli che ci sono nel campione che abbiamo analizzato”.