La valutazione del rischio da esposizione a elementi cancerogeni

Quando necessario, il DVR deve prevedere anche il rischio cancerogeno. Il legislatore fissa i passaggi fondamentali per effettuarne una stima esatta.

Chi fa impresa lo sa: imparare a convivere con la presenza di agenti cancerogeni è un aspetto fondamentale nelle dinamiche aziendali. Tale necessità deriva dal fatto che queste sostanze sono parte integrante di alcuni specifici processi produttivi. Pertanto, seppur nocive, esse sono utili a garantire la continuazione dell’attività economica in determinati settori. Ovviamente tutto ciò non si traduce in un passivo e indiscriminato utilizzo di questi elementi, bensì in un attento monitoraggio degli stessi. Che questa non sia una semplice dichiarazione d’intenti ma un vero e proprio obbligo stabilito dal legislatore, lo si evince dal Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, punto di riferimento normativo per far sì che benessere psicofisico dei dipendenti e attività imprenditoriale procedano a braccetto lungo il sentiero della produttività.

sirena radiazioni ad indicare il pericolo contaminazione

Fasi della valutazione:

1. Individuazione degli agenti cancerogeni e mutageni

Per capire quanta attenzione il legislatore abbia dedicato al tema, è sufficiente leggere l’art. 236 del suddetto Testo Unico, ove è sancito che l’imprenditore proceda a valutare l’obbligo di esposizione al rischio cancerogeno e mutageno. Va sottolineato che la legge non si limita soltanto a prevedere un dovere, bensì allarga il proprio campo d’azione fino a determinare le fasi attraverso le quali – con riguardo all’allerta oncogena – si giunge alla corretta redazione del DVR. La prima tappa  prevede l’individuazione precisa degli elementi nocivi presenti nella realtà d’impresa soggetta a controllo. Tale indicazione va fatta sulla base delle definizioni di “cancerogeno” (ossia idoneo a favorire lo sviluppo di forme tumorali) e “mutageno (cioè capace di alterare e conseguentemente danneggiare la struttura del DNA). Compiuta l’individuazione, sarà altresì opportuno studiare le modalità con cui gli elementi sono in grado di essere assorbiti dal corpo umano. A riguardo, va ricordato che l’assorbimento può avvenire in vari modi (per esempio, tramite via aerea o cutanea) e la sua incidenza sulla salute umana è condizionata anche dai fattori ambientali che caratterizzano i luoghi in cui si svolge l’attività.

2. Analisi dei fattori riguardanti il posto di lavoro

Si tratta del passo successivo, anch’esso di importanza rilevante per capire a pieno come tutelare il benessere dei dipendenti. A questo riguardo, per operare la valutazione si renderà opportuno tener conto di vari fattori, quali:

  1. Le mansioni svolte;
  2. Le condizioni in cui si svolge il processo produttivo (con riferimento, per esempio, alla temperatura e alla pressione);
  3. Le fonti di emissione e le modalità di propagazione;
  4. I tempi e la frequenza dell’esposizione, nonché la durata dei turni di lavoro.

Specifica attenzione sarà poi dedicata anche alle postazioni di lavoro (in particolare, è necessario osservarne la configurazione), alle misure poste in essere e agli strumenti messi a disposizione per contenere il pericolo. 

3. La valutazione iniziale e l’analisi di base

Qui vengono presi in considerazione vari aspetti, primo fra tutti la consultazione di determinati dati. Si farà infatti riferimento a quelli già raccolti in precedenza nello stesso ambiente lavorativo; qualora essi non siano disponibili, si potrà fare ricorso a quelli di spazi diversi, in cui vengono svolti differenti processi produttivi, ma che sono cionondimeno confrontabili. Inoltre, molta rilevanza assumono le variabili ambientali capaci di incidere sulla concentrazione di cancerogeni nel microclima, come anche quelle relative allo stato fisico dei singoli lavoratori (età, tabagismo, patologie pregresse) che possono accrescere la nocività degli elementi di cui stiamo trattando.

4. Strategia di misurazione e misura

È il momento dedicato all’individuazione del dato capace di rappresentare con puntualità l’esposizione, e di confrontarla poi con i valori limite previsti. La strategia di misurazione si basa sulle specificità ambientali del singolo contesto lavorativo e, per essere ritenuta affidabile, va compiuta a più riprese. Sarebbe limitativo ridurla soltanto a uno specifico momento, perché ciò potrebbe offrire una rappresentazione inefficace e quindi inutile. Molto più affidabile è invece una misurazione svolta a più riprese, in più giorni e in momenti diversi dell’attività lavorativa. Il dato così raccolto dovrà poi essere commisurato ai valori limite, mediante specifiche metodologie e procedure d’analisi.

5. Valutazioni e conclusioni

Confrontare i dati raccolti con i valori limite di esposizione professionale è un passaggio determinante. In base alle risultanze così ottenute, sarà infatti possibile valutare il grado di esposizione (basso, medio, alto, molto alto) a cui i dipendenti sono esposti. La valutazione del rischio permette altresì di improntare tutte le opportune misure di contrasto, che vanno poi trascritte nel DVR. Seguendo quanto specificato nel documento, il datore di lavoro dovrà successivamente attuare le misure di miglioramento e sarà anche tenuto a garantire un monitoraggio costante della situazione. Monitoraggio che, generalmente, va effettuato ogni tre anni. Tuttavia, questo intervallo di tempo può essere ridotto per vari motivi, quali una modifica degli spazi lavorativi, delle tecniche produttive, delle mansioni, o delle attrezzature impiegate. Inoltre, il soggetto responsabile della sorveglianza sanitaria ha facoltà di chiedere una stima del pericolo ogni volta che, in base alla sua esperienza professionale, ritenga opportuno procedere a  una nuova verifica della situazione.

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